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Primitivo di
Manduria D.o.c.
Si
fa un gran discutere in Università, Accademie, Centri di Ricerca,
sull'origine di questo nobile vitigno; ed è giusto farlo perché
delle cose (o persone) importanti si parla sempre.

Una
"star" è sempre al centro dell'attenzione.
Oggi,
ultimi, seppur non esaustivi, studi comparativi, centrati sul DNA
lo farebbero risalire, insieme allo Zinfandel californiano, ad un
vitigno proveniente dai Balcani. Il che non meraviglierebbe se
teniamo conto che anche quella, insieme al mar Mediterraneo,
fu sicuramente una importante via
di diffusione della vite.
Conoscerne
l'origine è sicuramente interessante, anche perché ci
permetterebbe di intuirne le tante contaminazioni subite nei vari
passaggi territoriali con le relative
interpretazioni colturali, ma forse
ancor più è interessante stabilire dove la sua permanenza ha
dato i frutti migliori.

E su questo non crediamo possa esserci
discussione. Raramente, un vino si è identificato
maniera tanto
radicata col suo territorio, fino a comprenderne nella
denominazione il toponimo del paese più rappresentativo della
zona.
Quando
e come ci sia arrivato è ormai noto: fu alla fine dell'ottocento
che una contessina di Altamura, andando in sposa ad un signorotto
di Manduria, portò con sé, in dote, una barbatella di primitivo.

Cosi
lo chiamò, per la precocità della maturazione delle sue uve,
colui che l'aveva selezionato, un secolo prima, in un vigneto
di proprietà della Canonica di Gioia del Colle: il primicerio don
Francesco Filippo Indellicati.
Il
miracolo di quella prima barbatella si ripete ogni anno, dando
vita ad un vino inimitabile, come inimitabili sono il sostrato
delle terre, il microclima del suo habitat, la passione e le cure
dei suoi vignaioli.

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